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"Mercato e Democrazia" - di Tito Boeri, curatore scientifico del Festival

01/04/2008

Nella mia vita precedente di economista non accademico, mi è capitato di assistere ad uno sfogo di un funzionario del ministero delle finanze ucraino il giorno della dichiarazione di indipendenza del suo Paese dall’Unione Sovietica.
Era l’addetto alle macellerie, ma non nel senso che spesso si attribuisce a titolari e funzionari dei dicasteri alle finanze: non succhiava il sangue ai contribuenti, ma doveva determinare i prezzi della carne.

Aveva un libretto in mano, perfettamente rilegato, che forniva minuziosamente i prezzi di ogni taglio di carne, dal nodino alla lonza. Aveva le lacrime agli occhi nel raccontarmi quanto difficile era stato per lui concordare quei prezzi con il consiglio dei lavoratori, il partito e il sindacato. Ora il libro non veniva più utilizzato, nessuno lo consultava più. Tanto lavoro per nulla! I mercati funzionano bene proprio quando non ci sono gruppi di compratori e venditori che si accordano tra di loro per fissare un prezzo. Le relazioni devono essere impersonali, meglio non conoscersi per nome e cognome ed essere in tanti, sia da una parte (chi vende) che dall’altra (chi acquista). Non c’è bisogno di eleggere propri rappresentanti, di delegare a qualcuno la scelta di chi a chi dare che cosa.

Le massaie possono influire sul prezzo della pasta o del caffè comprandone di più o di meno o cambiando il proprio fornitore. È, nel suo genere, una forma di democrazia diretta, che non sopporta autorità. Forse anche per questo i paesi dell’ex blocco sovietico, quando hanno imboccato la strada della democrazia, hanno adottato con grande entusiasmo un’economia di mercato. Forse anche per questo non si vedono in giro democrazie senza mercati. Ma non sembra vero il contrario. Ci eravamo abituati a credere che non ci potesse essere mercato senza democrazia, ma ci siamo dovuti ricredere. Sì, ci possono essere regimi totalitari che tollerano la presenza di mercati. Chi non se n’é accorto col Cile di Pinochet, paese piccolo e regime durato meno di 20 anni, ha dovuto poi fare i conti con il caso, il grande caso, della Cina. Non si poteva e non si può ignorarlo.

Non solo i mercati possono coesistere con regimi autoritari, ma dentro ai mercati operano organizzazioni che, al loro interno, non sono affatto democratiche. Le imprese sono, in genere, gestite in modo autocratico. Decide il “boss”, il più delle volte senza interpellare i dipendenti e tutti coloro, fornitori e clienti abituali, che sono portatori di interessi nei confronti dell’azienda. Se il boss rende conto a qualcuno, è agli azionisti, ma ci sono sempre o quasi sempre alcuni azionisti che contano più degli altri, indipendentemente dal numero di azioni che hanno in mano. Non c’è il suffragio universale in azienda. Spesso non c’è neanche il suffragio. Il fatto che esistano al mondo mercati senza democrazia e che il mercato pulluli di organizzazioni non democratiche non significa che un’economia di mercato possa sopravvivere a lungo senza democrazia. La crescita economica, misurata nell’arco di decenni, sembra essere più forte nei regimi democratici che in quelli totalitari. Questi ultimi comportano maggiori fluttuazioni nel corso del tempo nei grandi aggregati economici (reddito, consumi, investimenti). E i regimi democratici, in genere, generano minori disparità di reddito delle dittature, ci consegnano società meno diseguali. Tutto questo permette che ci sia maggiore consenso attorno all’operato dei mercati.

La democrazia serve alla sopravvivenza di un’economia di mercato perché porta alla creazione di istituzioni che difendono i mercati dai suoi nemici e che rimediano ai fallimenti dei mercati. Senza queste istituzioni, sistemi di leggi, apparati chiamati ad applicarle, autorità di regolazione dei mercati, chi ha maggiore potere economico riuscirebbe a soffocare la concorrenza. Ha sempre la voglia matta di farlo e può trovare insospettabili alleati che lo sostengano nella sua azione di soffocamento dei mercati, magari tra le stesse organizzazioni dei lavoratori. Senza sistemi di protezione sociale adeguati, ad esempio, è difficile che il mercato trovi molti sostenitori, si creano margini di consenso per politici che chiedono di imporre dazi e tariffe. Difendono i monopoli ma possono essere ascoltati da lavoratori in ansia per un posto minacciato dalla concorrenza internazionale. Non tutte le democrazie sono ugualmente efficienti nel regolare i mercati e nel costruire una infrastruttura a loro protezione. Sempre più economisti studiano i sistemi elettorali, il ruolo delle lobby e i meccanismi di selezione della classe politica, consapevoli dei loro effetti sulla dimensione ed efficienza dei mercati. Studiano anche il pluralismo nell’informazione e le sue relazioni con la concorrenza nel sistema televisivo e nella carta stampata. Guardano con preoccupazione all’intreccio fra potere economico e potere mediatico – un problema molto forte nel nostro paese dove i primi cinque quotidiani sono posseduti da grandi gruppi industriali – convinti che un’informazione inadeguata sulla situazione finanziaria delle imprese possa impedire lo sviluppo dei mercati. Non c’è in questa scelta solo l’interesse distaccato dello studioso, ma anche un impegno civile, democratico.

Queste analisi ci servono oggi a valutare i rischi, sempre presenti, di una degenerazione delle nostre democrazie. Forse un giorno ci serviranno anche a individuare le chiavi per promuovere sviluppi democratici in quei regimi totalitari che oggi hanno un’economia di mercato.

Tito Boeri
Responsabile scientifico del Festival dell’Economia