LA MANCANZA DI REGOLE FA COMODO A TUTTI?
A Palazzo Calepini quattro voci a confronto sul mercato internazionale
“Mutui spazzatura”, delocalizzazione, lavoro minorile e redistribuzione delle ricchezze sono i temi di una tavola rotonda promossa dal Sole 24 Ore
Il mercato globale, fin dall’inizio e sino ad oggi, è cresciuto a livelli esponenziali, senza però essere guidato da regole certe e da tutti accettate; anzi, per certi versi le regole non ci sono proprio state. E quindi ecco il diffondersi della delocalizzazione come anticamera di uno sfruttamento neocoloniale, ecco il dramma dei mutui americani subprime, quelli che in Spagna vengono chiamati “mutui spazzatura”, e che, proprio grazie alla globalizzazione, per l’assenza di regole e per la mancata trasparenza stanno trascinando al di là dell’orlo del baratro banche dei cinque continenti e, con esse, milioni e milioni di risparmiatori.
Per cercare di fornire una risposta, o più risposte, al tema proposto dal Festival dell’economia, e cioè “a chi tocca cambiare le regole del gioco” per rendere finalmente meno grigia quella linea che demarca in modo approssimativo il lecito dall’illecito, a Palazzo Calepini, a cura del Sole 24 Ore, si sono ritrovati alcuni esperti italiani che di mercato mondiale e di globalizzazione se ne intendono per motivi professionali.
L’avvio lo ha dato Claudia Segre, esperta di finanza in quanto responsabile del settore mercati esteri di Abaxbank che, prendendo spunto dalla relazione di ieri del governatore della Banca d’Italia Draghi, ha indicato nei 65 punti per arrivare a nuove regole di trasparenza e di vigilanza e che il prossimo G8 che si terrà ad Osaka tra due settimane sarà chiamato a discutere, una delle strade da percorrere per individuare quei criteri da tutti condivisi. “Non bisognerà più ripetere l’errore fatto con i mutui americani, che sono scoppiati come una bomba nelle mani delle banche perché nessuno ha sentito la necessità di darsi e di dare agli altri delle norme di vigilanza, di controllo, di trasparenza. E adesso tutto il mondo trema!”
L’analisi impietosa della Segre è stata, se possibile, ulteriormente confermata, rafforzata e aggravata dall’economista Loretta Napoleoni, autrice del libro dal titolo espressivo di “Mercato canaglia”: “La situazione mondiale non è mai stata così tragica, visto che la crisi causata da mancanza di liquidità della Federal Riserve potrebbe far scoppiare un secondo 1929, con conseguenze generali facilmente intuibili! È evidente che la mancanza di norme ha spinto le banche americane ad aprire linee credito anche là dove l’insolvenza era molto probabile e ha consentito, poi, alle banche mondiali di acquistare queste linee con una moltiplicazione esponenziale dei futuri rischi. Ma se vediamo che i redditi pro capite, ad esempio in Italia, sono oggi inferiori a quelli degli Anni Settanta, mentre nei Paesi in via di sviluppo sono superiori a quelli di vent’anni fa, con la conseguenza che il livello del risparmio in Occidente è ai minimi storici, tutto ciò significa che il mercato globale ha bisogno di regole urgenti: non riusciranno, certo, a risolvere i problemi del passato, ma almeno potranno indirizzarci decisamente verso l’obiettivo del futuro prossimo, che è quello di una più equa redistribuzione delle ricchezze su tutto il globo”.
Più pragmatica e improntata ad un ottimismo di fondo la visione dell’imprenditore, che al Festival dell’Economia ha vestito i panni di Andrea Tomat, presidente di Lotto Sport Italia e della Fondazione NordEst. La delocalizzazione, ha esordito Tomat, “in realtà è uno strumento che consente la redistribuzione delle ricchezze. Potremmo discutere sulle modalità e sulle complicazioni etiche e sociali di questa redistribuzione, ma vediamo quel che è successo in Cina in questi ultimi dieci anni e ci renderemo conto di quanto siano migliorate le condizioni di vita in quel grande Paese. In secondo luogo normalmente il diffondersi del mercato nei Paesi poveri via via fa crescere le capacità di negoziazione e ciò crea una nuova coscienza nelle maestranze. È quel che è accaduto in Cina dove, alla negoziazione, il governo cinese ha preferito un decreto che in modo imperativo ordinava agli investitori stranieri di prevedere alcuni benefici per i lavoratori e prescriveva alcune norme di tutela per aumentare la sicurezza sul lavoro”.
In realtà oggi ragioniamo ancora in termini di G8, 9 e 10, “ma per avere delle regole che guidino il mercato globale ci manca – ha concluso Tomat – un organismo internazionale simile a quello che ha fino all’altro giorno guidato le sorti del mondo, ma che abbia al suo interno anche la Cina, l’India e la Russia”.
All’imprenditore ha immediatamente risposto la sindacalista Valeria Fedeli, segretaria nazionale della FILTEA CGIL. “È vero, la delocalizzazione ha portato ricchezza in alcuni Paesi e li ha promossi a Paesi in via di sviluppo, ma è mancata in tutti un’etica della responsabilità. Nel 2001 gli Stati Uniti e alcuni Paesi europei, fra cui la Francia, si sono opposti all’inserimento fra le regole degli scambi commerciali del concetto di dimensione sociale: quello stesso concetto che oggi impedirebbe alla Cina, che per dieci anni ha beneficiato degli investimenti esteri, di trasferire a sua volta duemila piccole aziende di scarpe in altri Paesi ancor più poveri e a loro volta pronti per essere sfruttati!”
Ma chi dovrebbe guidare il mercato globale e vigilare sull’osservanza delle regole? Per Valeria Fedeli non ci sono dubbi: “Esiste già l’Organizzazione Internazionale del Lavoro: noi sindacati non siamo contro i profitto, sappiamo che nessuno apre un’azienda per rimetterci, ma ci sono dei limiti che non vanno superati!”. Quali limiti?: “Non usiamo lavoratori minorenni, ad esempio; non usiamo lavoratori carcerati che lavorano a costo praticamente zero; consentiamo in tutti i Paesi in via di sviluppo la libertà di associazione e di negoziazione., che non deve essere condotta dal governo, come accade in Cina!”
Insomma, è giunto il momento, anche in vista della sopravvivenza stessa dell’Occidente, che le multinazionali si diano dei comportamenti più responsabili e, soprattutto “bisogna che l’egoismo degli Stati Uniti e di alcuni Paesi europei, e anche qui c’è la Francia, cambino atteggiamento e consentano la piena reciprocità nell’apertura dei mercati industriali”.
In altre parole, i Paesi in via di sviluppo potranno cominciare a crescere e a raggiungere la piena maturità del progresso solo se potranno non solo ricevere inventori stranieri, ma anche esportare i loro prodotti verso i Paesi ricchi”. Altrimenti le tensioni si scaricheranno dai ricchi ai meno ricchi, e da questi agli ancor più poveri: “La cosa più triste, però, – ha amaramente chiosato la sindacalista della CGIL, – è che forse la mancano di regole a livello internazionale ha fatto comodo e sta facendo comodo un po’ a tutti, tranne che ai Paesi africani, sui quali si sta per scatenare una nuova, impressionante e drammatica colonizzazione ad opera dei colossi continentali”.
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