DEMOCRAZIA E IMPRESE IN CERCA DI REGOLE CERTE
Il forum con Collini, Gallino, Ghidini, Grande Stevens e Tabacci
Troppo spesso l’economia precorre il diritto e più che di “bilanci sociali” abbiamo bisogno di “bilanci veri”
E’ finita con Paolo Collini, preside della facoltà di economia di Trento, a dire: “Per far sì che il rapporto tra democrazia ed imprese abbia un senso, occorre che le regole siano precise. Insomma: ognuno faccia la sua parte. I ruoli siano chiari. Non va bene se lo Stato fa l’imprenditore, non va nemmeno bene se l’azienda fa da Stato”. C’è il segno di una anomalia tutta italiana nelle conclusioni al lungo (due ore) ed articolato forum di sala Depero. “La democrazia e le imprese”, giustappunto, il titolo. A coordinare Marco Panara, giornalista di “Repubblica”. Accanto a Collini – avrebbe dovuto, stando al ruolino di marcia, “introdurre”: in realtà i suoi sono stati interventi di stimolo, a tutto campo – nomi importanti. Nel loro campo, autorità risconosciute.
Della partita Luciano Gallino, il sociologo de “Il lavoro non è una merce”; Gustavo Ghidini, docente di diritto industriale, ha scritto pagine importanti riguardo ai diritti dei consumatori; Franzo Grande Stevens, avvocato, giurista e presidente della Compagnia San Paolo; Bruno Tabacci, parlamentare della Rosa Bianca, grande attenzione alle liberalizzazioni e al cittadino consumatore.
Dibattito denso, si è detto. Spesso sospeso tra la constatazione – un po’ desolata – di quanto in Italia fatichi ad affermarsi una cultura che sappia unire democrazia ed impresa e dall’altrettanto necessaria constatazione che i meccanismi della globalizzazione (che Grande Stevens preferisce chiamare “economia su scala mondiale, perché se davvero fosse globalizzazione esigerebbe regole e sanzioni globali, per tutti mentre la verità è che esistono conflitti tra Stati e gruppi di Stati e dunque non possiamo parlare di mercato e democrazia solo in riferimento all’Italia ma invece collegandoci ad una bufera mondiale che viene da fuori”) ci costringono ad allargare gli orizzonti.
Paolo Collini ha messo sul tappeto una serie di “provocazioni”. La necessità che le aziende forniscano trasparenza, informazione, correttezza nel comunicare i propri risultati: passaggio fondamentale per contrastare l’opacità che troppo spesso domina la scena economica. Poi, le regole di funzionamento: “ci si preoccupa tanto dei limiti temporali per l’elezione dei politici. Non potrebbero esserci limiti per i manager delle aziende, magari? specie se apportatori di risultati deludenti”. Ancora: chi rischia in una azienda merita più partecipazione e questo potrebbe riguardare anche i lavoratori, anche con forme di partecipazione ai profitti. Ancora: occhio alle privatizzazioni di facciata con un sistema pubblico ancora molto forte visto che in molte realtà le principali aziende sono proprio quelle dei servizi pubblici, dalla sanità ai trasporti. E’ giusto? Infine: i consumatori che chiedono correttezza e trasparenza. Bastano le crescenti class action a farci ritenere che il ruolo possa diventare un po’ meno marginale, un po’ meno umiliante?
Queste le carte messe in tavolo dal preside. Ai relatori il compito di prenderle, soppesarle, valutarle, interpretarle, lasciarle, rilanciarle, scartarle, e se del caso, mostrarne di nuove.
Bruno Tabacci. “Vedo in Italia una distanza tra le regole fissate e come si vivono. C’è un approssimativo approccio alla legalità. Conosciamo più la furbizia che non la responsabilità. Sulla vicenda Alitalia un silenzio assordante: il titolo sale del 250 per cento in una settimana grazie a voci messe in giro ad arte e nessuno trova di che ridire? Non mancano le regole, c’è una cattiva propensione ad applicarle. Più che di un bilancio sociale abbiamo bisogno di un bilancio veritiero. Per non dire delle banche: vedo banchieri condannati in primo grado che non solo restano al loro posto, ma fanno anche carriera. Aggiungo che è anche nella connessione tra giornali e potere economico che si gioca la democrazia. Di come funziona il sistema televisivo in Italia, sappiamo. Ma c’è anche un silenzio della grande stampa su alcuni temi economici. Allora, che ognuno faccia la sua parte. C’è una scollatura tra il muoversi dei diritti e dei doveri. Se non scendono in campo i doveri, i diritti sono effimeri”.
Gustavo Ghidini. “L’ambiguità è sovrana in Italia. La partecipazione dei piccoli azionisti attraverso i Fondi ne è un tipico esempio. Diventano infatti i rappresentanti di interessi di massimizzazione a breve di un profitto che si salda, guardacaso, alle stock option dei manager. Appetiti voraci, locuste come li chiamano in Germania. Nemici di uno sviluppo dell’impresa basato su ricerca e sviluppo. Nella storia economica italiana se cerco chi ha perseguito ricerca e sviluppo, Olivetti è l’unico e ormai lontano ricordo positivo. Ma c’è un’altra ambiguità. Si parla della responsabilità sociale dell’impresa. Ma oggi le imprese puntano sull’immagine cosmetica a presa rapida. Usano politiche mediatiche con sprezzo dei consumatori e dei piccoli azionisti. Allora l’impresa faccia l’impresa e lasci beneficenza, restauri e opere di bene alle Fondazioni: esistono per quello. Ci siamo dimenticati che per recepire il concetto europeo della pubblicità menzognera abbiamo dovuto aspettare otto anni? Già: le leggi arrivano dall’Europa, da noi non si legifera nulla. Ed invece servono regole senza orpelli, diversivi, fumi ed alibi”.
Luciano Gallino. “Quanti disastri finanziari dal 2000 ad oggi. Ci siamo scordati che Enron, settimo gruppo al mondo, si è volatilizzato in poche settimane? Quanto all’Italia, ha il record mondiale: ci siamo scordati la vicenda Parmalat? Adesso siamo in ballo con la vicenda dei mutui facili, specie negli Usa. Guardate che sono già spariti mille miliardi di dollari. E all’origine vi sono comportamenti irresponsabili di manager o di intere società. C’è chi – ad esempio Bush – parla di mele marce. Ma è un termine che distoglie dalle analisi delle cause strutturali degli scandali. Il fatto è che oggi le aziende e le imprese, nell’epoca della finanza selvaggia, chiedono che ogni investimento renda, in breve, il 15 o il 20 per cento. Non importa come, dove e a che prezzo. Non importano le condizioni dei lavoratori, il rispetto dell’ambiente. Il fatto è che per molti manager è difficile perseguire la responsabilità sociale delle imprese. I codici etici fanno sorridere. All’estero è in corso un grande sforzo per riscrivere le regole delle società. Ci sono molte novità, c’è impegno per far sì che democrazia e imprese possano coincidere. In Italia, finora nulla”.
Franzo Grande Stevens. “Mi preme dire che viviamo in uno scenario generale perché noi non siamo isolati. E’ vero invece che c’era nella nostra Costituzione la ragione iniziale di un mercato libero e democratico. In questo la Costituzione fu lungimirante. Però oggi l’economia precorre il diritto. Ci sono le ombre di una finanza malata che specula sul credito e sulle azioni per succhiare utili e dividendi a più non posso. E’ urgente che si fissino regole certe per impedire taluni disinvolti comportamenti”.










