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AMERICA LATINA: SUBCONTINENTE DESAPARECIDO DALLE CRONACHE, MA PROTAGONISTA PER MATERIE PRIME E GIOVANI

01/06/2008

Dalla crescita geniale del Brasile al modello arcaico del Venezuela

Dialogo con Castronovo e Valladão sui dilemmi di 24 Paesi sospesi tra economia di rendita e liberismo, tra democrazia retorica e rappresentanza di massa

Un subcontinente di cui si parla poco. Eppure un subcontinente, in cui negli ultimi 15-20 anni ci sono state varie sperimentazioni per coniugare democrazia e mercato. E che nei prossimi anni è chiamato a giocare un ruolo da protagonista, ricco com’è di materie prime (a cominciare dal petrolio) e forte di una popolazione giovane. Paesi sospesi e che si dibattono tra arretratezza e sviluppo, tra economia di rendita e compezione e globalizzazione, che chiedono (e hanno le potenzialità di esserlo) area nevralgica negli equilibri del mondo.
Al Festival dell’Economia 2008 si è parlato di America Latina. Per la sezione “Dialoghi”, oggi pomeriggio si è tenuto l’incontro dal titolo “I dilemmi dell’America Latina”. Affollata di giovani e di meno giovani l’aula magna della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento. Segno che, nonostante (o forse anche perché) sui giornali e nei tg se ne parli poco, e in modo episodico, si tratta di una realtà che suscita interesse e di cui la gente cerca di informarsi, vuole conoscere. L’incontro, introdotto da Dario Laruffa (giornalista e conduttore del TG2 RAI), ha visto come ospiti Valerio Castronovo (già ordinario di Storia contemporanea all’Università di Torino, curatore dell’edizione italiana della Cambridge Economic History per Einaudi e autore di Piazze e caserme. I dilemmi dell’America latina dal Novecento a oggi per Laterza) e Alfredo Valladão (docente dell’Institut d’études politiques de Paris, direttore della cattedra Mercosur e coordinatore del Working group on EU-Mercosur negotiations e dell’International conference of Forte Copacabana on defense and security European-South American dialogue).
“Negli ultimi anni si parla poco di America latina” ha esordito Castronovo. “Quasi fosse – ha ripreso - un subcontinente desaparecido. Ed è un peccato perché l’America meridionale diventerà uno dei protagonisti nei prossimi anni, non solo in ambito economico ma anche politico”. Castronovo registra un ritardo nell’opinione pubblica. Quando si parla di America Latina, cioè, si pensa più alle sue vicende del passato che alle cronache di oggi e ai mutamenti che stanno avvenendo. Più ai golpe, alle guerriglie e alle dittature di ieri che alle novità e alle potenzialità. Per Castronovo l’America Latina diventerà protagonista della scena mondiale perché ha materie prime (dal petrolio alla soia, dalla carne ai minerali all’oro), perché ha l’oro blu che è l’acqua, perché sta accrescendo la propria base industriale e le esportazioni, perché ha una popolazione giovane e grandi potenzialità. Perché sta investendo sulla scuola e sull’università. “L’America Latina – ha proseguito Castronovo – si è emancipata ormai del tutto dalle dittature”. E ancora: “È la zona del mondo dove negli ultimi 15-20 anni si sta sperimentando, si sta cercando di coniugare democrazia e mercato”. Ha soggiunto: “Non voglio sorvolare sui problemi della povertà estesa, della corruzione nella pubblica amministrazione, sui retaggi del latifondismo, sul fatto che ci sia una borghesia urbana ancora debole e un mondo contadino ancora emarginato, sulle grandi disparità che ci sono”. Castronovo, nel suo incontro, ha semplicemente preferito porre l’accento sulle potenzialità dei 24 Paesi a cui, comunemente, ci si riferisce quando parla di America Latina.
Una definizione che va stretta a Valladão. Che ha affermato: “L’America Latina non esiste. Sono Paesi che non si possono mettere tutti nella stessa cesta. Hanno differenze enormi. Sono popoli separati. Abbiamo molti problemi comuni. Ma le risposte a questi problemi, sono risposte diverse a seconda del Paese”. Valladão ha poi osservato: “L’America Latina sta vivendo una transizione da una democrazia retorica, fatta per pochi, a una democrazia rappresentativa di massa, che non è più semplicemente populismo. L’America Latina è indipendente da 200 anni, sono vecchi stati costituzionali”. Quindi ha analizzato le cause della povertà e della disuguaglianza che affligge il subcontinente: “Questa spaventosa disuguaglianza sociale non è frutto del liberismo, ma di un’economia basata sulla rendita e basta”. Disuguaglianza sociale che si è combinata con gli alti livelli del debito estero che hanno caratterizzato vari Paesi e con la presa di coscienza da parte dei cittadini dei propri diritti, favorita da una forte urbanizzazione e dall’ampio e progressivo accesso ai media.
Valladão ha ripercorso la storia e le fasi dello sviluppo industriale fino ai nostri giorni. “Oggi – ha spiegato – i nuovi imprenditori vogliono essere competitivi, vendere. Prima la logica era quella di essere comprati. Hanno deciso di aprire alla globalizzazione“. Il fatto che in 22 dei 24 governi sia al potere la sinistra (con la distinzione fatta da Castronovo tra la sinistra riformista ad esempio di Brasile, Cile, Perù e Paraguay, la sinistra populista postperonista dell’Argentina e la sinistra radicale di Paesi come Venezuela, Bolivia, Nicaragua ed Ecuador) sarebbe espressione della volontà di questi nuovi imprenditori e delle istanze della gente. Ma in che modo i Paesi dell’America Latina si stanno aprendo alla globalizzazione?
Valladão ha individuato tre modelli di apertura al mercato. Quello seguito dai Paesi dell’area del Pacifico (dalle iniziative del Costa Rica nel campo delle industrie ict a quelle del Cile per sviluppare un polo di biotecnologie sul salmone), che hanno negoziato e firmato accordi di libero scambio con diversi partner. “Hanno adottato – ha riferito - un modello di apertura totale alla globalizzazione accettando le regole fissate dai grandi centri economici degli Stati Uniti e dell’Europa”. Poi c’è il modello brasiliano. “Il Brasile – ha detto Valladão – vuole accettare la globalizzazione, ma vuole avere influenza sulle regole e forza di decidere. C’è sotto la strategia di aggregare tutta l’America del Sud intorno al Brasile”. L’area – ha proseguito - è interessata al mercato del Brasile e alla sua “crescita geniale”, ma non sembra disposta ad accettare una globalizzazione come disciplina comune con il Brasile nel ruolo di leader. Infine c’è un terzo modello. “La terza via è quella di Chavez. È un modello arcaico quello del Venezuela“. Così l’ha definito. “Un ritorno all’economia di rendita. Il Venezuela ha solo il petrolio. E Chavez lo prende e lo distribuisce con una logica clientelare. È il regime populista classico”. Un modello che non ha mai assicurato crescita e benessere. E i segnali non si fanno attendere. Dagli alti tassi di inflazione alla violenza urbana che dilaga in Venezuela. “La sfida dell’America Latina – ha concluso – non è una sfida di povertà, ma una sfida di giustizia“.