AL GIUDICI NON SERVONO PIU’ SOLDI, MA CERTEZZA DELLA PENA, MENO APPELLI E CODICI CHE NON SIANO SCRITTI DA FOLLI!
Scoppiettante e impietosa analisi del giudice Davigo sulla situazione della giustizia in Italia
Chiamati attorno allo stesso tavolo da “la voce.info”, l’economista Giovanni Mastrobuoni e il giudice hanno analizzato il problema con passione e molti dati
Il dato emerso dalla relazione del giovane economista Giovanni Mastrobuoni che oggi, presso la Facoltà di Economia di Trento, ha cercato assieme al giudice Piercamillo Davigo di rispondere alla domanda “Chi paga il prezzo della giustizia inefficiente?”, farebbe rabbrividire qualsiasi economista e indignare il più semplice dei cittadini.
L’ultimo indulto, quello del 2006, per intenderci, e che ha finora rimesso in libertà circa 24mila detenuti, ha fatto sì risparmiare allo Stato in media 56mila euro per detenuto non più in cella, ma ha creato un danno economico che per ogni persona liberata ammonta per difetto a 145.000 euro circa. In altre parole, l’assioma economico che sta alla base di qualsiasi comportamento virtuoso, e cioè che per ogni euro investito debbo ottenere un beneficio superiore all’euro iniziale, nel caso dell’indulto è stato clamorosamente smentito: a fronte di un relativo risparmio da parte del Paese, ammontano a circa 2 (due!) miliardi di euro i danni economici causati da quelle 24mila persone, una parte delle quali recidive, uscite di prigione (e molte di esse in prigione ci sono già ritornate, con ulteriori danni per l’erario).
Ma allora ha ragione quel 66 per cento di Italiani che si sono dichiarati contrari all’indulto! Hanno ragione coloro che chiedono almeno indulti “selettivi”, che escludano cioè i recidivi e i reati più gravi commessi contro la persona e contro la proprietà! Hanno ragione quelli che domandano di risolvere i problemi dell’affollamento delle carceri con una nuova politica di edilizia carceraria!
Dopo Giovanni Mastrobuoni, è toccato al giudice Piercamillo Davigo proseguire a cascata nell’impietosa analisi della condizione della Giustizia nel nostro Paese: “Un Paese – ha detto Davigo, – che è sotto esame da parte dell’Europa per l’irragionevole durata dei processi. Una situazione aberrante, questa, tanto che quando l’Europa s’è vista subissare da ricorsi provenienti dall’Italia a causa dei processi interminabili, per smaltire tutto il lavoro ha dovuto anche lei aumentare da due anni e mezzo a tre il limite temporale per il primo grado di giudizio!”.
I conti sono presto fatti: un semplice processo di quattro udienze potrebbe esaurirsi in quattro giornate di lavoro; se tra un’udienza e l’altra dovesse servire del tempo istruttorio, il tempo necessario per arrivare a sentenza si dilaterebbe diciamo a quattro mesi. “Il fatto è che, se quel processo di quattro udienze viene affidato a un giudice che deve seguire duemila processi, la durata di quel singolo procedimento sarà di quattro anni! Ecco dove nascono i tempi biblici della nostra giustizia, ecco da dove si originano anche gli sprechi economici e i danni monetari provocati dalla giustizia!”
Se ad un’assicurazione conviene andare in giudizio e ritardare il pagamento del risarcimento per anni e anni, perché così riesce addirittura a recuperare il valore del risarcimento che dopo dieci anni dovrà pagare al danneggiato, creiamo ingiustizia e ingolfiamo i tribunali (il 40% dei processi di Milano, ha ricordato il giudice Davigo, sono per incidenti stradali!). Se ad ogni depenalizzazione approvata dal Parlamento per diminuire il carico di processi segue invariabilmente un insieme di nuove leggi, approvate sempre dallo stesso Parlamento, che introducono reati sempre nuovi, è chiaro che dall’ingolfamento non ci si stacca. Se soltanto in Italia vige il principio che il giudice, all’inizio di ogni processo, non deve sapere nulla, deve essere “una pagina bianca” e quindi i testimoni e i periti debbono ripetergli oralmente quanto già detto e verbalizzato dalle forze dell’ordine e dal pubblico ministero, è evidente che la lunghezza dei processi sarà faraonica...
Come uscirne? “Io vado in controtendenza – ha concluso Piercamillo Davigo, – e affermo serenamente che la giustizia italiana non ha bisogno di più soldi, per poter funzionare meglio. Possiamo contare sullo stesso budget dell’Inghilterra e là le cose funzionano meglio! È sui meccanismi che dobbiamo agire: dobbiamo agire sui codici di procedura, che contengono i principi fondanti dello stato di diritto, ma che talvolta sembrano scritti da folli; dobbiamo rendere poco conveniente l’andare in giudizio rispetto al risarcimento immediato del danno provocato; dobbiamo introdurre il concetto di risarcimento non in proporzione al danno provocato, ma in proporzione alla gravità del comportamento di chi il danno lo ha procurato; dobbiamo rivedere l’istituto dell’appello. Dobbiamo rivedere, ancora, la composizione delle Corti d’appello: se nei tribunali normali lavorano quelli che io chiamo i giudici padri, che sono severi quando serve, nelle Corti d’appello lavorano i cosiddetti giudici nonni, quelli che per troppa bontà rovinano i nipoti! Dobbiamo garantire la sicurezza della pena, perché è solo con quella che disincentiviamo il crimine e la convenienza ad agire in modo criminale!”
Parrebbe così semplice che, forse proprio per questo, non se ne farà nulla, ha mormorato qualcuno tra il pubblico. Comunque abbiamo tutti capito chi paga il prezzo di una giustizia inefficiente: coloro che con la giustizia non hanno mai avuto a che fare e che mai entreranno nell’aula di un Tribunale!










