Home

IDENTITA' E CRISI GLOBALE

Da anni partecipo a un torneo di calcio per over 35. E’ un modo di ritrovare tanti amici, passare delle ore insieme, accomunati dallo stesso obiettivo: bruciare un po’ di grassi divertendosi senza farsi male e senza fare figure barbine. Competitivi al punto giusto.  Senza esagerazioni. Il torneo è fatto seriamente, con arbitri veri e, qualche volta, un figlio-spettatore che non ha proprio niente di meglio da fare. Due anni fa gli organizzatori, annoiati per il fatto che le squadre erano sempre le stesse, hanno deciso di sparigliare. Anziché lasciare che le squadre si formassero per iniziativa dei singoli, hanno raccolto tutte le iscrizioni al torneo e poi hanno composto loro le squadre estraendo a sorte i nomi dei giocatori. Il risultato è che ci sono stati litigi selvaggi all’interno delle squadre, spogliatoi divisi e partite molto nervose. E l’anno dopo gli iscritti al torneo si sono dimezzati.
Siamo maggiormente disposti ad aiutare gli altri e a farci aiutare, siamo contenti di farlo, quando possiamo scegliere con chi condividere queste esperienze. Siamo anche disposti a perdere se lo facciamo con i nostri amici. E’ una scelta di identità e di valori comuni al tempo stesso. In alcuni casi non siamo noi a scegliere (non scegliamo i genitori, né il paese di nascita, la classe anagrafica e nemmeno i compagni di classe) ma possiamo sempre dare più o meno peso a queste identità. Il fatto è che possiamo appartenere a diverse comunità, avere diverse identità al tempo stesso, da indossare e valorizzare a seconda di cosa stiamo facendo. Possiamo essere della classe 1960 oppure della classe Prima B, oppure tifosi del Torino oppure padani, italiani o europei, a seconda di quali valori vogliamo condividere. Basta vedere le pagine personali di Facebook per capire come le persone tengano a dichiarare a tutti gli altri utenti l’appartenenza ai diversi gruppi del social network, dalla religione, allo schieramento politico ai personaggi che amano e in cui si identificano. Una volta il voto era un segreto da condividere con pochi fidati amici. Oggi molti lo scrivono sul loro sito di Facebook. La rete permette di poter definire la propria identità rispetto ad una scala mondiale.
Uno degli effetti della crisi in atto è quello di ridurre la scala, la dimensione nella quale definiamo la nostra identità. Mentre la crisi è globale, l’identità diventa sempre più locale. Mentre per contrastare la recessione ci vorrebbe un maggiore coordinamento a livello internazionale, le opinioni pubbliche nazionali premono nella direzione opposta. Chiedono protezione contro tutto ciò che sta al di fuori della comunità in cui si identificano, una comunità definita dal villaggio, dalla città o dal singolo paese. La misura di questa contraddizione è nelle acrobazie verbali dei leader europei. Gordon Brown nei forum internazionali lancia appelli contro il protezionismo e a Londra conia lo slogan “lavori britannici per lavoratori britannici” prontamente raccolto dai lavoratori del Lincolnshire che protestano contro l’arrivo di operai italiani. Mai il contrasto fra quanto dichiarato dai leader europei nei forum internazionali e quanto sostenuto di fronte alle opinioni pubbliche nazionali era stato più stridente. Per dirla nel linguaggio del Primo Ministro britannico, c’è oggi un “total disconnect” fra quello che si dice a casa e fuori.
Il caso inglese colpisce perché l’identità nazionale britannica si è storicamente forgiata nell’assimilazione e integrazione di culture diverse, a partire da quelle delle ex-colonie dell’Impero. Quando la British Petroleum apriva, all’inizio del secolo scorso, i propri impianti in Persia (oggi sarebbe l’Iran) costruiva le case dei dirigenti e degli operai, per farli sentire a casa, seguendo gli stili architettonici di Nuova Delhi, come se fossero quartieri di Londra. Oggi le parti si sono invertite. L’identità britannica viene riaffermata contro una compagnia petrolifera francese, la Total, rea di aver appaltato lavori ad un’impresa italiana che utilizza lavoratori italiani. Dopo l’allargamento a Est dell’Unione Europea, il Regno Unito è stato uno dei pochi paesi ad aprire le proprie frontiere, accogliendo, si stima, 80.000 lavoratori polacchi, tra cui molti di quegli idraulici che hanno agitato i sonni dei francesi. Come scriveva il Guardian nel commentare le manifestazioni in tutta l’isola contro lo sbarco di 300, dicasi 300, operai italiani, “mentre la finanza è diventata globale, la politica è diventata locale”. Ed è proprio la crisi a ridurre sempre più la scala del confronto pubblico, della comunità in cui ci si identifica.
Quando l’economia mondiale cresceva a tassi del 5-6 per cento all’anno, in molti si sono chiesti se la globalizzazione avrebbe soffocato le identità nazionali e locali, sopprimendo tradizioni e violando sistemi di valori locali. Oggi che il mondo ha cessato di correre, che anzi si torna indietro, con il mondo che per la prima volta dalla seconda guerra mondiale registrerà nel 2009 un tasso di crescita del Pil negativo, viene da chiedersi se erano preoccupazioni eccessive. E oggi abbiamo, in ogni caso, il problema opposto: quello di governare una crisi globale di fronte al rafforzamento di identità locali, riaffermate in contrasto con tutto ciò che sta al loro esterno.
Possono queste diverse identità locali conciliarsi con una identità globale che sostenga la delega di poteri a organismi sovranazionali, di coordinamento fra paesi, come il G20, nella gestione della crisi? E dato che per identificarsi in una comunità c’è bisogno di sentirsi trattati con equità all’interno di questa comunità, quali regole e istituzioni nazionali e internazionali vanno cambiate per promuovere un senso di appartenenza a comunità più vaste del borgo in cui si risiede?
La lezione peggiore e più pericolosa da trarre da questa crisi è che essa sia figlia della globalizzazione e che quindi per evitarne una nuova occorra rendere le nostre comunità un po’ più chiuse. Un contributo del Festival sarà quello di riflettere sulle cause scatenanti la crisi, sulle responsabilità, non tanto in termini di persone, ma di istituzioni e regole, della depressione. Capire perché gli economisti non l’avevano, con rare eccezioni, prevista, perché molti banchieri hanno potuto fare il bello e il brutto tempo, indisturbati, perché i politici hanno reagito con tanto ritardo al deteriorarsi delle condizioni macroeconomiche. Capire cosa bisogna fare per evitare che una crisi di questo tipo si possa ripetere e per uscire da questa crisi possibilmente più uniti di prima e perciò in grado di meglio gestire le tante risorse in comune che ci sono sul nostro pianeta. Ricordando sempre che i nostri figli non accetteranno mai di tornare al piccolo mondo antico della nostra gioventù.


Tito Boeri
Responsabile scientifico del Festival dell’Economia